Volo di un'Anima Salva
di Alessandro Carli
Quando la guerra emette i suoi primi urli rochi di distruzione, nasce a Genova, il 18 febbraio 1940, Fabrizio Cristiano De André. Zona Pegli, nel quartiere della Foce. Famiglia benestante che ha permesso al giovane di frequentare le scuole elementari in due differenti istituti - dapprima le suore Marcelline ed infine presso la ‘Battisti’ (cognome che tornerà poi, nei panni di Lucio, nel periodo della morte di Faber) - le medie, il biennio del ginnasio e i tre anni liceali fino all’iscrizione alla facoltà di legge, che abbandona quando gli mancano 6 esami alla laurea. Troppa insofferenza, o semplicemente la difficoltà ad amalgamarsi ad un ‘sistema’ che si ritrovò ad attaccare, criticare, chiacchierare nella produzione artistica. La Genova di quegli anni è una miniera di vita che gioca con il suo passato: Genova è il suo dialetto arabo, i carruggi, i marinai e le bagasce che popolano le zone notturne della città. E’ il mare, l’elemento del viaggio, la conoscenza. Genova è le sue canzoni, di emigranti che piangono e che aspettano un ritorno. Genova è il ‘peccato di gioventù’ di Fabrizio. Nelle strade nasce la vita, ruvida e saporita, musicale, dove le parole scorrono lente ed i colori si fermano nelle voci. Genova è una vocazione che Faber - come verrà chiamato da Paolo Villaggio durante un’escursione in barca giocando sulla vicinanza delle matite ‘Faber Castell’ con cui scriveva e il nome ‘Fabrizio’ - approfondirà nei suoi componimenti. La carriera musicale inizia come ‘imitazione - omaggio’ all’artista jazz Jim Hall: il repertorio del musicista però viene abbandonato in occasione del ‘debutto’: siamo nel 1958 e un diciottenne De André (anzi, ‘Fabrizio’, visto che il cognome lo aggiunse dopo quasi 10 anni) canta ‘Nuvole barocche’, un pezzo che ai tempo non suscitò molto rumore. Tra i tentativi ‘bohemien’ e la vita notturna, i compagni d’avventura del giovane ‘pettirosso da combattimento’ sono Sergio Leone e Paolo Villaggio, con i quali condividerà le esperienze legate all'iniziazione: donne, alcol, atre e vagabondare. Appena 22enne incontra Puny, colei che diventerà la prima moglie - fino alla comparsa di Dori Ghezzi - e dalla quale avrà Cristiano. Genova è una fucina di note musicali. Un circolo di vocazione che vede riuniti Luigi Tenco, Fabrizio, Paolo Villaggio e Gino Paoli: il viaggio nella cultura popolare europea inizia oltralpe: il tesoro si chiama ‘Francia’ e porta i nome di Breil e Brassens. Ma è solo nel 1965, dopo innumerevoli contrasti con il padre Giuseppe - pezzo grosso della Genova che conta - soprattutto dovuti anche ai successi scolastici e lavorativi di Mauro, fratello di Fabrizio, che con il tempo arriverà ad occupare un posto di assoluta importanza nell’organigramma di Raul Gardini fino alla dedica (dopo la morte improvvisa alla fine degli anni Ottanta) di un palazzetto dello sport a Ravenna - che Faber conobbe i primi riconoscimenti: Mina cantò la sua "Canzone di Marinella" ed i breve il suo nome iniziò ad essere conosciuto. E alla stessa Mina è dedicata "Mi innamoravo di tutto", raccolta del 1997 nella quale l’affermato poeta dice che, se non fosse stato per la "tigre di Cremona", forse avrebbe continuato gli studi. I primi soldi allentarono le diatribe con il padre, che a distanza di anni disse che ‘si affrettava il pomeriggio, ad andare a casa per ascoltare i brani del figlio nel giradischi’.
E’ del 1968 la raccolta "Volume 1", dove spiccano "Preghiera in gennaio" scritta per la morte dell’amico Tenco l’anno prima, "Bocca di Rosa", "Via del Campo" - uno dei cavalli di battaglia - "Si chiamava Gesù" (per la quale venne anche chiamato ai una conferenza religiosa) e la goliardica "Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers", buttata giù a quattro mani con il "fido" Paolo Villaggio. L’anno successivo è la volta del suo primo "concept album", ovvero il celebre "Tutti morimmo a stento", ispirato alle poesia francesi (soprattutto Francois Villon), dove la collaborazione con l’anarchico Riccardo Mannerini porta alla stesura del "Cantico dei drogati". Album profondo legato agli affetti e alla morte (come ribadirà in una delle sue rare presenze in televisione davanti ad Enza Sampò), vede le produzione di brani come "Inverno" e "Girotondo", ballata popolare sulla distruzione della guerra e delle bombe. Il 1970 vede l’uscita de "La buona novella", probabilmente il suo capolavoro: dopo un approfondito studio sui vangeli apocrifi, Fabrizio compone questa "personalissima" e poetica rilettura della religione. 1971 per il secondo "concept album" ispirato all’Antologia di Spoon River e al quale ha collaborato Fernanda Pivano: "Non al denaro non all’amore né al cielo" parlano di ricordi, di anime morte, di vite spezzate. A distanza di anni, la stessa Pivano ha detto che la grandiosità di Fabrizio fu che riuscì a migliorare, a rendere più "poetiche" ed attuali gli epitaffi del compositore americano.
L’appuntamento seguente si chiama "Storia di un impiegato": siamo nel 1973, terzo "concept album" (o album "a tema") di scarsissimo successo di vendite all’uscita: musica "azzardata" e rabbia quasi inconsueta per la "rivoluzione del ‘68". Ma c’è di più: il fil rouge del lavoro diventerà nel tempo una "filosofia". Un LP inconsueto, amato nel tempo, forse il più arrabbiato. La vita è un cerchio che danza nel gioco delle parti.
Passano due ‘anonimi ‘Volume 8’ - scritto con De Gregori in Sardegna - e ‘Canzoni’ (anche se quest’ultimo poeticamente è superiore al lavoro con il cantautore romano). Il 1978 vede l’uscita di ‘Rimini’- scritto con Massimo Bubola e che avrà un buon successo per pezzi come ‘Andrea’, la stessa ‘Rimini’, la rilettura su Dylan in ‘Avventura a Durango’ e ‘Sally’ - e la successiva tournèe con la Premiata Forneria Marconi: Firenze e Bologna, dal 13 al 16 gennaio del 1979, vedranno la più grande alchimia musicale italiana su un palco e le vendtie dei dischi e delle cassette della kermesse dimostreranno che l’operazione fu un successo.
Ma dopo il successo, dopo circa 8 mesi fabrizio e Dori, la sua compagna, verranno rapiti in Sardegna a Tempio Pausania: 4 mesi di prigionia che si risolveranno con il pagamento di circa 600 milioni da parte del padre Giuseppe ai sequestratori. Soldi che Fabrizio restituirà con i guadagni dell’album ‘Fabrizio De André’, conosciuto ai più come ‘L’indiano’.
Il 1983 la ‘bibbia etnica’ prende corpo: il viaggio nel bacino mediaterraneo compiuto assieme a Mauro Pagani porta alla composizione di ‘Creuza de ma’. Non alto il successo di vendite - in fondo è interamente cantato in genovese - ma di grande premiazioni da parte della critica: miglior album degli anni Ottanta e innumerevoli attestati di merito. Il 1990 si apre con "Le nuvole" - onore e merito ad Aristofane. E’ un lavoro che ancora risente delle influenze del precedente lavoro - soprattutto in ‘Megu Megun’ - ma che propone, nel suo ‘essere politico’, ballate come la celebre ‘Don Raffaè’ e una cruda e veritiera "Domenica delle salme", dove Faber parla di Genova, delle illusioni della politica e, con grandissima saggezza, descrive con 10 anni di anticipo il ‘day after’ del G8 del 2001.
L’ultima tappa del viaggio nel mare delle note lo portano ad avvicinarsi a Ivano Fossati e a comporre - siamo - nel 1996 - "Anime Salve", ovvero ‘spiriti solitari’. Faber, dopo 24 anni, torna ai vertici delle classifiche di vendita.
La tournèe che segue - e che sarà l’ultima - vedrà sul palco anche i figli Cristiano e Luvi, avuta da Dori: duetti e la ripresa di brani tratti da ‘La buona novella’ (più la morbida ‘Geordie’ e ‘La città vecchia’, ispirata ad una poesia di Umberto Saba) diventeranno l’evento artistico dell’anno.
Sarà proprio durante l’esibizione dal vivo - ad Aosta - che il poeta avverte i primi sintomi di un male che lo ‘porterà via’ l’11 gennaio, qualche giorno prima del dì di ‘Sant’Ilario’. Alle 2.30, all’ospedale di Tumori di Milano, forse un angelo dei suoi apocrifi, o più semplicemente una ‘preghiera’, se lo portò via. Una ‘preghiera in gennaio’ che diventerà ‘smisurata’.